Politiche del lavoro e politiche sociali: guardare al futuro

This paper aims to talk about an innovative model of training for adults intended for a profession, that is becoming the main form of assistance for the elderly, especially in Italy but also in other European countries (Spain, Poland and Romania): the elderly carer.

The world is undergoing deep social changes: the unprecedented ageing of the populations of almost all developed and developing countries, the birth of new professions, to meet the new social scenarios, an ever-increasing spread of information technology in several sectors of society, especially in education and training. These transformations have established themselves as questions, to which all countries, policy makers and stakeholders must give answers, focusing their actions and policies towards the growth of the market and society in a sustainable way. The Edu.Care project, aimed specifically to answer these central questions posed by social changes taking place: through the actions of the project, in fact, the partnership deal, in a structured way, with the issues of active ageing of the population and the rise of new professions, such as caregivers, through the implementation of innovative training methodologies.

The Edu.Care project is approved by the European Community under the Grundtvig program in 2012 and was launched in November 2012 for a term of two years.

 

Dalla tattica alla strategia

Nella nostra vita lavorativa quotidiana così come nella vita di tutti giorni siamo alle prese con la gestione di emergenze o di piccole questioni pratiche da affrontare, che ci portano a vivere day by day.

Nel più ampio contesto politico, sociale ed economico tale progressivo abbandono alla gestione dell’emergenze avviene a discapito di una visione strategica e sistemica. Come Paese abbiamo ormai perso la capacità di definire le strategie nel lungo periodo e ci orientiamo all’implementazione di tattiche da breve periodo. Se fossimo i generali alla prese con una grande guerra saremmo completamente impelagati nel risolvere i piccoli conflitti e le limitate incursioni, invece che provare a guardare cosa c’è oltre la trincea e soprattutto a guardare in una direzione completamente diversa da quella verso cui ci siamo orientati finora.

Questa digressione sull’importanza della strategia e sull’utilizzo della tattica è utile per leggere e analizzare il contesto socio-sanitario in cui si inserisce il progetto Edu.Care. Ė rilevante per comprendere l’importanza di un approccio di lungo periodo che punti su una visione strategica dei servizi socio-sanitari, partendo magari dai dati relativi alla demografia italiana, alle finanze pubbliche e al reddito degli italiani. Inoltre, l’analisi di best practices italiane e straniere può essere un utile riferimento per progettare il nostro futuro.

I sistemi socio-sanitari e le famiglie italiane, infatti, sono alle prese con i servizi da poter assicurare a bambini, anziani, disabili, immigrati, donne, ma con un’ottica di gestione quotidiana che cerchi di assicurare i servizi essenziali. L’innalzamento dell’età media degli italiani, l’indice di vecchiaia, la richiesta crescente di asili nido, nonché la rilevanza dei servizi socio-sanitari per specifici destinatari (come per esempio i malati di alzheimer o di sla) inducono a cercare di risolvere i problemi di assistenza, individuando soluzioni che spesso risultano contingenti e in alcuni casi di breve respiro, soprattutto se detta la legge del “non ci sono risorse”.

Come definito da Gian Luca Biggio nel suo modello teorico, Edu.Care propone di passare da un approccio del “recinto” ad uno del “giardino”. Non si tratta, infatti, solo di tutelare, preservare e assicurare la salute dell’anziano, modello di servizi che viene rappresentato con l’immagine appunto del “recinto”. È importante, infatti, supportare l’anziano nel suo invecchiamento attivo, stimolando le funzioni vitali e mentali e facilitando nelle relazioni familiari e amicali: la metafora del “giardino” evidenzia la necessità di orientarsi al futuro, proponendo una logica di sviluppo e non di semplice assistenza.

Uno dei punti di forza del progetto Edu.care è partire dall’analisi dei dati demografici italiani e europei, con un approfondimento su quelli polacchi, rumeni e spagnoli. L’assunto di base è comprendere l’evoluzione della popolazione dei paesi coinvolti nel progetto con riferimento alle fasce di età e all’invecchiamento. Un’evoluzione che viene analizzata con riferimento anche ai prossimi decenni. Questo consente di raccogliere informazioni puntuali e utili per la successiva elaborazione di un possibile piano dei servizi che non sia solo operativo e di corto raggio.

L’altro punto di forza del progetto è aver proposto un modello di assistenza socio-sanitaria che si articola in attività di base (cura e tutela dell’anziano) e in attività di sostegno reale all’invecchiamento attivo (sostegno psicologico e sociale, attività ricreative, attività sportive, …), esprimendo un orientamento di lungo periodo.

Il terzo punto di forza è il modello didattico, che si articola in formazione in aula, coaching, comunità di pratica, ambienti collaborativi. Un modello che punta sullo sviluppo professionale degli assistenti familiari, utilizzando diverse metodologie integrate l’un con l’altra e valorizzando l’apprendimento dalle best practices.

 

La spesa per la protezione sociale

Una recente indagine Istat (Noi Italia, 2014) evidenzia come la funzione “vecchiaia” assorba oltre metà della spesa per la protezione sociale: si tratta del pagamento di pensioni, rendite e liquidazioni per fine rapporto di lavoro.

La spesa italiana per la protezione sociale ė pari a circa 8.000 euro per abitante l’anno con un peso del 30% del Pil. Tale spesa pone l’Italia al di sopra della media tra i 27 paesi europei sia per spesa pro capite che per rapporto sul Pil.

Se passiamo poi all’analisi della spesa in servizi sociali erogati dai comuni vediamo che ammonta in media allo 0,46% del Pil con ampi divari fra le regioni (ultimo dato disponibile riferito al 2010). La spesa sociale dei comuni é pari a 7,1 miliardi di euro con un valore medio per abitante pari a 117,8 euro all’anno. Tra le voci di spesa troviamo: sostegno alle famiglie per la crescita dei figli, l’assistenza agli anziani e ai disabili, contrasto alla povertà e alle problematiche connesse al l’immigrazione. I primi tre destinatari (famiglie con figli, anziani e disabili) assorbono circa l’85% della spesa. Il sostegno agli anziani copre il 20%.

Questi dati esprimono quindi una tendenza a stanziare risorse prevalentemente per pensioni, rendite e liquidazioni. Anche la spesa per malattia/salute assorbe circa un quarto della spesa per la protezione sociale. Tuttavia se analizziamo la capacità delle amministrazioni regionali e comunali di dare un servizio adeguato all’assistenza degli anziani in funzione delle richieste delle famiglie, si riscontra una carenza ormai radicata di servizi specifici, carenza legata alla crescente riduzione delle risorse e all’incremento di anziani nella popolazione.

 

Il modello contingente

In Italia, così come in molti Paesi europei, e anche nella stessa Polonia o Romania, si sta affermando un modello pubblico-privato che cerca di affrontare la carenza di servizi socio-assistenziali per gli anziani, integrando i servizi pubblici con quelli privati. Anche qui però non si tratta di un piano integrato in cui il privato si affianca al pubblico. Siamo invece in una situazione in cui a causa dell’insufficienza dei servizi pubblici, le famiglie si auto organizzano reperendo personale in grado di supportarle nella gestione del quotidiano. Siamo in una situazione in cui le famiglie cercano personale che possa aiutare nella gestione socio-assistenziale del proprio anziano, con diversi livelli di complessità. Nella maggior parte dei casi la selezione del personale non avviene sulla base della verifica dei requisiti necessari per lo svolgimento di attività che richiedono un apporto professionale. Avviene, invece, sulla base di un rapporto di fiducia che si cerca di sviluppare tra famiglia e assistente familiare e in molti casi sulla base del passaparola. Una tale selezione non assicura però il possesso di adeguati requisiti e quindi delle competenze necessarie per svolgere la professione dell’assistente familiare.

Questo è a mio avviso il punto fondamentale da definire e da costruire. Da definire perché è necessario evidenziare l’importanza della qualificazione della figura dell’assistente familiare, evidenziandone il valore della professione. Da costruire perché è altrettanto importante costruire un inventario di competenze che identifichino in modo innovativo il profilo professionale dell’assistente familiare. Tale profilo deve articolarsi in competenze professionali specifiche e ben identificate e in capacità relazionali di gestione sociale dell’anziano. È ben risaputo che nella formazione professionale sia importante lavorare sul sapere e sul saper fare, ma è altrettanto importante investire concretamente sul saper essere e sul saper agire. L’assistente familiare deve, quindi, essere in possesso di conoscenze di base, competenze professionali, capacità relazionali e abilità realizzative. Solo se si ragiona con questo frame, si può passare da una figura professionale abile, magari, tecnicamente ad una figura efficace socialmente.

 

Le competenze dell’assistente familiare

Ad oggi la figura dell’assistente familiare è regolamentata nelle regioni con un inventario di competenze che definisce gli ambiti di intervento e il relativo percorso formativo necessario. Tale inventario si compone di “blocchi” di competenze riferite ad ambiti esclusivamente professionali.

Per esempio nella Regione Lazio esiste il profilo professionale e formativo dell’Assistente familiare in base ad una deliberazione del 31/07/2007. Tale profilo è stato approvato alcuni anni fa dalla Giunta Regionale su proposta dell’Assessorato Istruzione, Diritto allo Studio e Formazione di concerto con l’Assessorato Politiche Sociali. Nella stessa determinazione viene definita la durata dei percorsi formativi per il conseguimento della qualifica professionale e per la certificazione di competenze specifiche. Alla base di tale determinazione vi sono due condizioni fondamentali: la necessità del riconoscimento formale e la certificazione delle competenze acquisite e la definizione di un Repertorio regionale dei profili professionali e formativi in linea con i risultati del Tavolo tecnico del Sistema nazionale di standard minimi professionali.

Il risultato di questa deliberazione regionale si esprime in tre punti: approvazione del profilo professionale dell’Assistente familiare; definizione dello standard di durata di un percorso formativo di 300 ore, in relazione al quale viene rilasciato l’attestato di qualifica professionale, e di un percorso formativo di 120  ore, finalizzato all’acquisizione di competenze specifiche; inserimento del profilo professionale e formativo dell’Assistente familiare nel Repertorio regionale dei profili professionali e formativi.

È interessante evidenziare come l’Assistente familiare è descritto sinteticamente come una figura “con caratteristiche pratico-operative, la cui attività è rivolta a garantire assistenza a persone autosufficienti e non, nelle loro necessità primarie, favorendone il benessere e l’autonomia all’interno del clima domestico-familiare. È in grado, inoltre, di relazionarsi con la rete dei servizi territoriali, pubblici e privati, al fine di assicurare e garantire opportunità di accesso a tali servizi alle persone non in grado di svolgere in autonomia gli adempimenti connessi”.

Gli elementi che maggiormente colpiscono in tale descrizione, in quanto in linea con il progetto Edu.Care, sono “favorendone il benessere e l’autonomia all’interno del clima domestico-familiare” e “relazionarsi con la rete dei servizi territoriali, pubblici e privati”. Emerge nei due descrittivi sintetici un orientamento da parte dell’assistente al benessere dell’anziano e una propensione alla comunicazione e alla relazionalità con gli interlocutori del sistema socio-assistenziale.

Le aree di attività individuate come sostanziali della figura professionale sono: area della comunicazione e della relazione; area dei servizi sociali e di assistenza; area della cura e dell’accompagnamento della persona; area dell’alimentazione; area della gestione degli ambienti e della sicurezza.

In relazione al progetto Edu.Care è opportuno mettere in evidenza la prima area, quella della comunicazione e della relazione. Le capacità identificate per quest’area sono in sintesi: l’utilizzo di strategie e strumenti di comunicazione differenziate per i vari destinatari (assistito, famiglia, altre figure), la decodifica dei messaggi verbali e non verbali, l’ascolto, gli effetti della comunicazione.

Si tratta, come è evidente, di capacità di base di comunicazione e ascolto, sicuramente essenziali per lo svolgimento dell’attività dell’assistente familiare ma non sufficienti in un contesto sociale in evoluzione e cambiamento.

Se vogliamo garantire l’invecchiamento attivo e assicurare i servizi alle famiglie è opportuno costruire un repertorio di competenze più ampio che includa necessariamente le capacità relazionali e le abilità realizzative. Oltre alla comunicazione e all’ascolto, intese come capacità di base, vanno indicate come capacità determinanti nella relazione con l’anziano: la gestione del conflitto, la negoziazione, la gestione della diversità, la proattività, l’empowerment, il counseling, il coaching. Quindi, da un lato, capacità prevalentemente comunicative, dall’altro, capacità di sostegno e sviluppo delle capacità intellettive e psicologiche dell’anziano.

 

Cambiare paradigma per costruire il futuro

La figura professionale dell’assistente familiare può essere sviluppata tramite un percorso formativo che non sia solo centrato su competenze di carattere professionale, ma anche sulle soft skills. Non bisogna accontentarsi di una “badante” che aiuti a gestire situazioni familiari difficili o disagi psichici e fisici. E’ indispensabile investire nella formazione di assistenti familiari professionali, che siano in grado fornire assistenza, interagire con i servizi sociali, curare e accompagnare la persona, occuparsi dell’alimentazione e della gestione degli ambienti e della sicurezza. Inoltre, l’invecchiamento attivo dei nostri anziani può essere supportato formando figure professionali che siano in grado di sostenere psicologicamente e socialmente gli anziani stessi e supportandoli nella loro socialità e interattività. Un cambio di paradigma indispensabile se si vuole investire sul futuro dei nostri anziani e degli assistenti familiari.

Un ulteriore cambio di paradigma deve essere attuato sul modello formativo da adottare. Infatti, per sviluppare le competenze di questa figura professionale il percorso formativo deve articolarsi in formazione d’aula sulle competenze professionali e sulle soft skills ma anche in formazione innovativa articolata in coaching, comunità di pratica, ambienti collaborativi. Una formazione che si esprime grazie al contributo dei docenti ma che diventa reale sviluppo della professione se coinvolge attivamente i destinatari, grazie alla presenza di coach e facilitatori. La formazione d’aula è infatti integrata da metodologie formative one to one e collaborative, che richiedono professionisti esperti ma soprattutto consentono l’analisi di situazioni lavorative specifiche e di best practice, il confronto, lo scambio. Si delinea così un modello formativo orizzontale, che consente lo sviluppo personale e professionali degli assistenti familiari grazie al supporto di coach che aiutano a analizzare il rapporto di cura dell’anziano. Inoltre, un ulteriore elemento che consente un cambio di paradigma del modello formativo può essere rappresentato dalla creazione di comunità di pratica degli assistenti familiari che valorizzano le loro esperienze. E’ importante sottrarsi alla creazione di un’iniziativa formativa singola, che si svolge in un arco temporale definito, investendo invece in un modello di formazione continua che, grazie alla comunità di pratica, nel tempo valorizza le esperienze degli assistenti per far si che altri imparino da loro.

Il cambio di paradigma va nella direzione dell’aggiornamento e integrazione dei contenuti dei percorsi formativi così come verso un modello formativo innovativo, aperto e flessibile che rende gli assistenti familiari protagonisti del loro apprendimento.

In tal senso le politiche regionali del lavoro, della formazione e delle politiche sociali possono guardare al futuro e passare dalla tattica alla strategia, proponendo un inventario di competenze professionali e relazionali di alto valore aggiunto.  Inoltre, per andare verso il futuro con un approccio strategico devono abbandonare il vecchio e non completamente adeguato modello della formazione d’aula per adottare un modello innovativo, che si compone soprattutto di comunità di pratica, ambienti collaborativi, coaching e counseling.

In questo modo le istituzioni possono svolgere un ruolo attivo nella qualificazione di figure professionali rilevanti nella nostra società e nell’acquisizione di competenze specifiche. In un contesto in cui non è possibile assicurare servizi a tutti coloro che ne hanno bisogno, a causa delle ristrette risorse finanziarie regionali e comunali, il ruolo fondamentale delle amministrazioni locali e regionali può essere quello di proporre un profilo professionale e formativo dell’assistente familiare innovativo che consenta alle famiglie di poter usufruire di personale qualificato e certificato.