Urgono politiche per lavoro, istruzione, educazione e cultura

Urgono politiche per lavoro, istruzione, educazione e cultura

Intervista a Innocenzo Cipolletta, economista e dirigente d’azienda

 

Ha sostenuto che c’è un atteggiamento tipico della nostra epoca che ci spinge ad essere ottimisti nel lungo termine e pessimisti nel breve. Una sorta di strabismo che ha le radici nella nostra “avversione al rischio”. Come è possibile ipotizzare e lavorare per l’innovazione tecnologica e organizzativa?

Siamo nel pieno di una rivoluzione tecnologica e al cambio di passo nell’economia mondiale. Ripeto sempre che il mondo negli ultimi 15 anni è cresciuto a ritmi che non ha mai conosciuto prima. Ritengo che stia crescendo molto bene: stanno crescendo molto le aree povere e poco le aree ricche. Se fossimo esterni al nostro globo, probabilmente diremmo che finalmente abbiamo trovato la soluzione ai nostri problemi perché è impossibile andare avanti con aree ricche che crescono e aree povere ferme. Questo sta avvenendo grazie anche all’innovazione tecnologica, che ha reso possibili questi cambiamenti saltando le barriere geografiche e temporali e colmando le barriere culturali.
Perché avvertiamo una sensazione di pericolo? Perché viviamo la crescita degli altri – mentre noi siamo fermi – come il rischio di declino, di essere superati, di non essere più al centro dell’attenzione. Queste popolazioni crescono copiando quello che noi produciamo e quindi togliendoci una parte della nostra specialità e del nostro lavoro. La storia ha insegnato che in situazioni di questo genere chi è ricco, come nel nostro caso, si sposta verso attività di più alto livello e qualità e lascia lo spazio a chi è più povero.
Tutto questo è bello da dire, però fa a pugni con il fatto che le persone si trovano di fronte la necessità di cambiare o il rischio di perdere il lavoro e di cercarne un altro. Se però si vuole fare in modo che questa rivoluzione si risolva positivamente e non provochi tensioni (come in passato per esempio in termini di forme di nazionalismo, guerre, chiusura del commercio), bisogna cercare di favorire il cambiamento. Sono quindi necessarie politiche di sostegno, come per esempio politiche per il lavoro, e un forte investimento in istruzione, educazione, cultura, perché permettono di accedere alle nuove tecnologie e ai nuovi mezzi limitando la paura di perdere quello che non si ha.

La corruzione in Italia è un’emergenza nel pubblico, ma recentemente abbiamo avuto segnali forti che anche il privato ne sia permeato. Quali i valori italiani che dovremmo recuperare?

Innanzi tutto, la corruzione è un’emergenza ma non dobbiamo fare l’errore di pensare che tutti siano. L’errore è nel pensare che pubblico e privato siano due cose diverse. La corruzione c’è stata sempre in entrambi gli ambiti e probabilmente nel privato è più forte. Non viene chiamata corruzione, ma relazione, conoscenza, discrezionalità, scelta individuale. In molti paesi anche questa è corruzione ed è perseguita penalmente. A tal proposito ricordo che l’Italia stata condannata da ONU e OCSE perché nel nostro Paese non è previsto il reato di corruzione nel privato. Quindi la prima cosa da fare è prevedere una legge sulla corruzione nel settore privato.
L’ultima legge introdotta dal Ministro Severino introduce questo tipo di reato nel privato, ma lo lascia molto labile. Invece, la corruzione nel privato dovrebbe essere considerata un reato penale come nel settore pubblico. In questo modo interveniamo realmente ed è possibile far emergere i valori italiani: l’essere un popolo collaborativo che cerca di stare al passo con i tempi.
Noi dobbiamo essere altrettanto trasparenti quanto gli altri popoli europei e seguire le regole adottate dagli altri. In questo modo possiamo essere ritenuti affidabili.

Come vede il futuro delle relazioni industriali, in base ai più recenti provvedimenti del Governo e alle prese di posizione delle grandi aziende?

Vedo nelle relazioni industriali italiane una sorta di schizofrenia. Le relazioni industriali vanno abbastanza bene nelle aziende. Nei media sembra che ci sia ancora un problema. Ritengo che sia un problema residuato dal passato che è rimasto nella nostra memoria, mentre invece è stato risolto a livello di impresa. Rimangono alcuni problemi a livello di settore pubblico perché non ha un interesse da difendere e quindi ci sono problemi importanti.
Concludo che continuare ad insistere a modificare le normative e cercare di trovare normative migliori nel mercato del lavoro, oggi è inutile e dannoso. Infatti, nelle aziende si individuando soluzioni pacifiche e tranquille, dettate purtroppo da condizioni economiche non brillanti.

Recentemente ha affermato che la crisi finanziaria globale del 2008 è intimamente legata alle politiche internazionali di scontro militare. Sulla base di questo approccio è possibile capire dove sta andando il mondo e quale potrebbe essere la prossima crisi globale?

Nel mio libro avevo previsto quale potesse essere la prossima crisi mondiale e quale era l’area geografica dove sarebbe scoppiata la guerra. Con un certo anticipo avevo previsto, e forse non era difficile, che il centro dell’attenzione si sarebbe sposato sull’Africa. Purtroppo i recenti eventi lo testimoniano: le primavere islamiche, la situazione in Mali e in Centro Africa. C’è stato uno spostamento da oriente verso occidente. Negli anni ’60 i problemi erano in Asia, negli anni ‘80 e ‘90 in medio oriente, adesso si spostano verso l’Africa.
La prossima crisi deriverà dalle tecnologie informatiche. Nel libro ho sostenuto che ci sarebbero state tecnologie rivoluzionarie nel campo dell’alimentazione e della salute e che avrebbero portato l’Africa ad essere un produttore di cibo e quant’altro, ponendosi al centro dell’attenzione internazionale. Sicuramente l’innovazione andrà a toccare argomenti importanti della nostra vita e questo sconvolgerà gli equilibri attuali, provocando probabilmente una nuova crisi.

 

Intervista di Giusi Miccoli a Innocenzo Cipolletta, pubblicata a a Elementi, n. 27, aprile-luglio 2013